Indice
- Il bollino salvafreschezza, di soli due centimetri, è realizzato con materiali biodegradabili e biobased adatti all’uso alimentare. Si applica direttamente all’interno dell’imballaggio rilasciando alcuni elementi naturali che vanno ad agire sui frutti. L’obiettivo è quello di inibire la formazione di muffe e batteri e rallentare il processo di senescenza.
- I test di laboratorio
- Il nuovo packaging
- Il metodo dei tappettini nell’imballaggio
- Contro lo spreco alimentare
Quante volte vediamo frutta come l’uva da tavola o gli agrumi, i frutti di bosco, le fragole o le ciliegie marcire nei reparti delle grandi distribuzioni o una volta acquistata andare subito a male? La soluzione potrebbe essere PìFresc, un bollino salvafreschezza ideato da Agreenet, una start-up tutta italiana specializzata nella progettazione e sviluppo di materiali innovativi per ottimizzare la durata di conservazione della frutta. In questo caso, in particolare, si fa riferimento ai frutti non climaterici, la cui maturazione si ferma una volta che vengono staccati dalla pianta.
Il bollino salvafreschezza, di soli due centimetri, è realizzato con materiali biodegradabili e biobased adatti all’uso alimentare. Si applica direttamente all’interno dell’imballaggio rilasciando alcuni elementi naturali che vanno ad agire sui frutti. L’obiettivo è quello di inibire la formazione di muffe e batteri e rallentare il processo di senescenza.
I test di laboratorio
I test di laboratorio hanno visto un ritardo nella comparsa della muffa di almeno sette giorni e in una riduzione dello spreco di deperimento e delle perdite economiche relative fino al 74%. L’efficacia, stando ai test, è estesa anche oltre un mese, quindi anche a casa del consumatore. I test sono stati effettuati su un campione di 298 arance provenienti dalla Sicilia e riposte in casse di cartone ondulato.
Come si legge sul whitepaper “Shelf-life e ortofrutta”, pubblicato sul sito di Agreenet, nel primo caso è stato utilizzato un campione composto da sei casse da 7 kg ciascuna, nel secondo un campione di quattro cassette con alveoli da 28 frutti ciascuna. Stessa suddivisione è stata applicata anche alle casse e cassette contenenti PìFresc. Entrambi i campioni sono stati conservati in due frigoriferi con condizioni controllate di ventilazione e temperatura, mantenuti a 5°C per garantire un ambiente ideale per la conservazione della frutta. Per valutare l’efficacia dei bollini, sono state condotte osservazioni giornaliere per un periodo di 36 giorni, a partire dal primo giorno della prova.

Il nuovo packaging
All’interno dello stesso paper è affrontato, in più riprese, il mondo dell’active packaging con le sue potenzialità. Un sistema che agisce attivamente sulle condizioni del packaging e per migliorare la sicurezza alimentare del prodotto al suo interno. In questo modo si prolunga la durata di conservazione, si migliorano le proprietà organolettiche e si mantengono le qualità. Lo scopo dell’active packaging è quello di assorbire i composti indesiderati come ossigeno, anidride carbonica, etilene, odori eccessivi e umidità, o il rilascio di sostanze antimicrobiche.

Il metodo dei tappettini nell’imballaggio
In particolare, per quanto riguarda le tecniche di conservazione post-raccolta dell’uva da tavola, le aziende che si occupano di commercializzazione possono ricorrere a tappettini di carta che racchiudono all’interno di appositi alveoli metabisolfito in polvere. Un metodo usato per creare una barriera fisica e antiossidante e contrastare, così, le infiltrazioni d’aria e di microrganismi contaminanti. Il metodo dei tappettini, però, è finito più volte nel mirino della giustizia, fino alla sentenza conclusiva della Corte di Cassazione nel 2006.
Tutto è partito da una contestazione mossa dall’ASL di Trento, la quale dopo un prelievo di uva da tavola di provenienza extra-Ue ne constatò un’aggiunta di additivo conservante anidride solforosa non consentito dalla legge. In ogni caso,però, dopo altre analisi si scoprì in realtà che la merce in questione non era entrata in contatto con i tappettini ma bensì con dei fogli. La Cassazione ha confermato che l’aggiunta di anidride solforosa e solfiti sull’uva fresca configura reato, secondo cui sono fissati i limiti massimi residui di sostanze attive di prodotti fitosanitari tollerati nei prodotti destinati all’alimentazione. Nel caso dell’anidride solforosa la misura massima prevista è di 10 mg/Kg. Una soluzione comunque, al di là dei possibili effetti sulla salute, compromette il frutto causando la formazione di macchie sul prodotto trattato.

Contro lo spreco alimentare
L’uva da tavola, insieme agli agrumi e ai frutti di bosco, risulta da uno studio svedese della Karlstad University tra i primi dieci articoli ortofrutticoli sottoposti a spreco nella vendita al dettaglio e in valore economico. Un fenomeno rilevante anche in Italia in cui la produzione annua di uva da tavola risulta di circa un milione di tonnellate, il 60% di queste in Puglia, il 35% in Sicilia e il 5% in Basilicata.
La tecnología PìFresc non riduce soltanto lo spreco alimentare ma anche il numero totale di imballaggi usati, in quanto finisce sempre meno prodotto nel cestino. Si riduce anche l’utilizzo di imballaggi in plastica e al tempo stesso non viene compromessa la conservazione degli alimenti nelle sue qualità organolettiche.
Silvio Detoma
© uvadatavola.com