Uva da tavola: crisi o cambiamento?

É il caso di parlare di “crisi” o di cambiamento per il comparto italiano dell’uva da tavola? La parola a Massimiliano Del Core, Presidente della CUT.

da Silvia Seripierri

É il caso di parlare di “crisi” per il comparto dell’uva da tavola? O quella che stiamo vivendo è una conseguenza delle problematiche che da tempo avevano iniziato a manifestare i primi segnali? Questa è la domanda che, dopo un’analisi della filiera e del mercato, sorge tra gli operatori del settore.

Nel corso della campagna dell’uva da tavola 2022 i produttori hanno fronteggiato non pochi problemi culminanti nella difficoltà di riuscire a piazzare il proprio prodotto sul mercato a prezzi soddisfacenti. Comprendere le cause di questa situazione non è semplice, poiché tanti sono i tasselli che compongono la problematica e. Nell’intento, dunque, di fornire un’interpretazione di quanto sta accadendo al comparto italiano dell’uva da tavola, passiamo la parola a Massimiliano Del Core – presidente della Commissione Italiana Uva da Tavola (CUT).

Oggi si sente parlare di crisi, ma è corretto definirla tale? E quali aspetti possono aver condotto a questa situazione?

“I problemi della stagione 2022 sono figli di fattori che provengono da lontano e che includono:

  • il ritardo con cui si adottano in Italia innovazioni tecniche, colturali e varietali;
  • la scarsa propensione a fare filiera e a unirsi in una linea commerciale aggregata. Contando sull’esperienza e sul know-how di un’aggregazione di operatori è possibile offrire sui mercati servizi e prodotti di qualità.

I mercati, infatti, richiedono proprio qualità e servizio, per cui è importante essere consapevoli che un grappolo d’uva, anche se estremamente bello e buono, fin quando non viene valorizzato e collocato correttamente sul mercato, ha un valore pari a zero. É passato più di un decennio da che si sono manifestati i primi segnali di indebolimento della competitività dell’uva da tavola sui mercati e della crisi, eppure ben poco si è fatto per riposizionare il prodotto. Abbiamo continuato a produrre con grande sacrificio, sforzo e competenza ma non abbiamo saputo valorizzare e massimizzare i risultati di questo sforzo”.

“La crisi che oggi il comparto vive manifesta le più gravi conseguenze sulle varietà tradizionali per motivi di tipo strutturale e congiunturale. I motivi di tipo strutturale provengono da lontano, mentre quelli congiunturali si riferiscono agli anomali fattori climatici che ormai contraddistinguono le stagioni e che siamo solo parzialmente preparati a sostenere. A questi fattori si somma il calo generalizzato dei consumi di ortofrutta in Italia e all’estero, che quest’anno ha registrato -15% circa. Attualmente, dunque, siamo giunti ad un momento di squilibrio tra domanda e offerta di prodotto che ha determinato anche un corto circuito interno alla filiera. La filiera, essendo estremamente disaggregata, non ha saputo rispondere in maniera univoca alle istanze negative di mercato e, piuttosto che compattarsi e proteggersi, si è ulteriormente “sfilacciata” reagendo in maniera inadeguata a quello che oggi chiedono i supermercati italiani ed esteri”.

Ponendo lo sguardo sulla commercializzazione dell’uva da tavola italiana, dunque, ci si interroga su quali siano i mercati di destinazione e in quali percentuali il prodotto italiano raggiunga i mercati europei ed extraeuropei.

“Inquadriamo qualche numero circa la commercializzazione di uva da tavola: questa raggiunge per il 90% i mercati europei, percentuale che include anche Regno Unito e Svizzera, e per il 10% i mercati extraeuropei. Di quel 90% che rimane su territorio europeo, una metà raggiunge i mercati italiani e l’altra metà raggiunge invece gli altri Paesi europei, tra cui i principali sono Germania, Francia e Polonia. Abbastanza importanti sono anche i mercati svizzero e austriaco, così come è assolutamente interessante il mercato inglese. Su questi mercati però il prodotto italiano soffre la competizione con la Spagna, che è estremamente market oriented e posizionata per l’uva da tavola, soprattutto apirena.”

crisi

La Spagna, dunque, è uno dei maggiori competitor dell’Italia ed è recente la notizia circa l’apertura del mercato thailandese all’uva da tavola spagnola. È questa una buona strategia a fronte del ristagno delle vendite?

“La strategia spagnola consiste da sempre nell’apertura di nuovi mercati extraeuropei e sono ormai più di dieci anni che la Spagna chiude dossier interessanti con Paesi extraeuropei, tra cui Vietnam, Thailandia e Cina. Si tratta di una strategia virtuosa, perché il mercato europeo è saturo. In Italia, quindi, se vogliamo continuare a produrre e aumentare le estensioni di uva da tavola, dobbiamo trovare nuovi mercati o penetrare meglio quelli che già abbiamo”.

Come?

“Per l’Italia sono due le strategie possibili per risollevarsi dall’attuale crisi e ristagno dei mercati. La prima è quella di seguire la Spagna nell’apertura di nuovi dossier, sebbene sarebbe stato auspicabile che ad aprire il dossier thailandese non si fosse seduta solo la delegazione spagnola, ma quella europea, offrendo così questa possibilità a tutti i Paesi europei produttori. In Italia abbiamo attualmente un dossier aperto con la Thailandia ma, siccome i Paesi extraeuropei aprono e chiudono un dossier alla volta – perché non lavorano dal punto di vista fitosanitario in contemporanea su più dossier – i tempi si allungano di molto. Noi, italiani, però non abbiamo più tempo per aspettare la creazione di protocolli. L’apertura  verso la Thailandia non costituisce certo un bacino di assorbimento di prodotto eclatante, ma rappresenterebbe pur sempre un nuovo mercato, proprio come rappresenta, insieme ad America Latina e America del Nord, una valvola di sfogo in più per la Spagna. L’Italia ha dossier avviati con Paesi extraeuropei, ma è difficile definire il tempo necessario per intraprendere esportazioni verso questi Paesi. Perché l’Italia segua la stessa strada della Spagna, ha bisogno di un forte supporto politico e di una grande azione tecnica, come quella che la CUT sta chiedendo al CSO Italy, per far sentire la voce del comparto dell’uva da tavola in ambito politico e nazionale. In questo senso, quindi, si auspica che entro il 2023 si riesca a chiudere i dossier avviati e ad aprire altri canali commerciali importanti come quello con il Sudafrica”.

In cosa consiste, invece, la seconda strategia?

“La seconda strategia che l’Italia potrebbe perseguire è quella di consolidare meglio il suo posizionamento sui mercati su cui è già abbastanza forte. Questi mercati includono quello italiano, che ha grandi margini di crescita soprattutto per le uve senza semi nelle regioni del centro nord Italia, e quello tedesco che, sebbene non paghi prezzi particolarmente significativi, assorbe gran parte dei volumi di uva da tavola che l’Italia esporta. Questo si può ottenere tramite programmazione di filiera, promozione e marketing di settore, attività che la CUT metterà in atto attraverso il Distretto dell’Uva da Tavola appena costituito.”

Alla possibilità di commercializzare il prodotto italiano verso Paesi extraeuropei si aggiunge l’importanza di avere capacità di gestione del post-raccolta.

“L’Italia ha bisogno di migliorare alcuni aspetti delle tecniche di abbattimento e gestione del freddo, ma nel complesso può dirsi assolutamente preparata per affrontare nuovi mercati internazionali. Il Bel Paese, storicamente abituato a raggiungere mercati di prossimità, non si è mai attivato a livello strategico per innovare la gestione del post raccolta. Tuttavia i produttori e gli operatori commerciali si sono mossi da sé, prediligendo varietà con migliori performance di shelf life e sviluppando grandi capacità e tecniche di conservazione del prodotto. È per questo che ritengo che gli operatori del settore sono e saranno in grado di affrontare i nuovi mercati”.

In conclusione, è quindi possibile pensare a una collaborazione comunitaria?

“Anche se ci troviamo all’interno dell’Unione Europea, i Paesi molto spesso si ritrovano a lavorare singolarmente nell’attivazione di nuovi accordi commerciali. A riguardo si è tenuta una discussione all’interno del gruppo di contatto svoltosi all’ultima fiera di Madrid. A questa ha partecipato anche una rappresentanza italiana dell’uva da tavola, coordinata da Donato Fanelli, che ha esposto la necessità di affrontare a livello europeo le problematiche fitosanitarie e quelle relative all’evoluzione del packaging sostenibile. Purtroppo, allo stato attuale, vedo l’ipotesi di una collaborazione comunitaria come remota perché l’Europa, in materia ortofrutticola e di sinergie relative all’uva da tavola, non è pronta per affrontare questi temi in maniera unitaria. Tuttavia si può pensare a un coordinamento tra Italia e Spagna che sono i due Paesi che più di tutti sono propositivi e proattivi in materia di produzione e commercializzazione di uva da tavola in Europa. Una sinergia potrebbe quindi crearsi e questo è quello che anche noi, Commissione Italiana dell’Uva da Tavola promuoviamo auspicando l’instaurarsi di stretti legami con gli omologhi spagnoli APOEXPA”.

 

Silvia Seripierri

©uvadatavola.com

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